LA CONSERVAZIONE DEL COLOSTRO

11 dicembre 2009

Dopo il parto, per i primi giorni, la mammella produce un secreto ad alto tenore energetico, ricco di proteine e necessario per l’eliminazione del meconio intestinale, che conosciamo con il nome di COLOSTRO.
Attraverso questo secreto la madre provvede a conferire una quota di anticorpi ai propri figli indispensabili per garantire loro un minimo di protezione nei primi giorni di vita, durante i quali il sistema immunitario dei nuovi nati non è in grado da solo di fronteggiare insulti infettivi provenienti dall’ambiente circostante.
Al tempo stesso, i piccoli presentano una permeabilità intestinale che si riduce progressivamente già dopo le prime ore dalla nascita, per cui necessitano al più presto di colostro onde poterne utilizzare una quota significativa sotto l’aspetto immunitario oltre che energetico.

L’ASSUNZIONE DI COLOSTRO da parte dei piccoli può avvenire in modo diverso a seconda delle tecniche di allevamento osservate da ciascuna azienda ed in base all’intensità di sorveglianza da parte degli allevatori durante il periodo dei parti.
Il più delle volte tale assunzione avviene direttamente per suzione della mammella e spesso, quando i parti avvengono nelle ore notturne, ciò si verifica anche nelle aziende che optano per la somministrazione di colostro attraverso biberon o altri sistemi analoghi.

Purtroppo per noi allevatori, talvolta, il periodo dei parti coincide con il momento di maggior rischio per le nostre capre e per i loro figli e non è infrequente ritrovarsi con capretti orfani o con capre che hanno perso i loro figli.
Nell’eventualità che le due possibilità coincidano, appare ovvia come soluzione la scelta di affiancare gli orfanelli alla madre che ha perso i suoi figli per risolvere al meglio il problema, ma esistono altre situazioni che possono verificarsi in un azienda e che rappresentano delle variabili agli esempi presi in esame.
Nelle aziende che allevano allo stato brado e che hanno un indirizzo produttivo principalmente rappresentato dalla produzione di capretti da macelleria, la possibilità di approvvigionarsi di scorte di colostro è data per lo più dal verificarsi della circostanza nella quale la madre perda i propri figli e ciò perché questa tipologia di animali tende a secernere quantità appena sufficienti per i redi e viene meno quindi la possibilità di ottenere eccedenze se vi è la presenza dei capretti.

Diversamente le razze alpine, selezionate nel tempo per il carattere lattifero, tendono a produrre quantità elevate di colostro che, se in eccedenza, può essere opportunamente conservato per un impiego successivo.
Il più delle volte però l’allevatore non pensa ad utilizzare queste eccedenze né tanto meno il colostro di chi ha perso la sua prole, per cui si preoccupa esclusivamente di svuotare la mammella  per preservarla da inconvenienti di carattere sanitario (es. mastiti).

Sia nella mia azienda che in quelle che seguo abbiamo invece dato vita alla BANCA DEL COLOSTRO per far fronte alle più disparate emergenze, per cui siamo soliti raccogliere le eccedenze colostrali in contenitori in plastica, sui quali riportiamo la data di raccolta ed il soggetto dal quale la secrezione è stata ottenuta, creando una sorta di lotto; successivamente provvediamo a riporlo in appositi congelatori a pozzetto dove lo conserviamo per alcuni mesi.
In questo modo abbiamo sempre a disposizione quote di colostro alternative al colostro artificiale presente in commercio, utili in caso di necessità e che vanno all’occorrenza utilizzate previo scongelamento a bagnomaria.
La scelta di evitare metodi alternativi di scongelamento è stata dettata dal fatto che è ormai noto che temperature troppo elevate o repentini cambi delle stesse influiscono negativamente sulla qualità del prodotto, in quanto a carico dei costituenti si verificano processi di degradazione e di denaturazione strettamente correlati con i fenomeni di chock termico.
Lo scongelamento a bagnomaria è invece un processo lento e non drastico sotto l’aspetto termico per cui ci garantirà un prodotto finale più simile a quello  raccolto all’origine.

Ovviamente non tutte le capre di un allevamento possono essere impiegate per la conservazione delle eccedenze colostrali, soprattutto se vi è il rischio di trasmettere infezioni impiegando il loro secreto.
È quindi necessario impiegare colostro da soggetti esenti da malattie infettive trasmissibili e che presentino una mammella in buone condizioni igienico-sanitarie, ovvero non interessata da fenomeni flogistici sia di natura acuta che cronica (mastiti).
Il sistema della banca colostrale aziendale torna inoltre utile come metodo per favorire i percorsi di risanamento aziendale da Artrite Encefalite Caprina (CAEV), che come sappiamo si trasmette da madre infetta al figlio sano principalmente attraverso l’assunzione di colostro.
Ritengo pertanto che questo sistema, nelle aziende dove non vi è una massiva diffusione della malattia, costituisca una valida alternativa alla termizzazione del latte delle infette a 56° C per un ora, temperatura raggiungibile e stabilizzabile in modo preciso solo con costose apparecchiature.

In alternativa al colostro di capra è possibile stoccare anche colostro bovino possibilmente di vacche presenti nella stessa azienda caprina, sempre che sia ottenuto da animali in eccellente stato di salute.
Se l’impiego si rende necessario in soggetti che hanno superato il giorno di vita è preferibile diluire la quota da somministrare con acqua pulita inizialmente con un rapporto 2:1 e poi di seguito in un rapporto 1:1.

La quantità indicativa per capo resta di 90-100 g/Kg di p.v., ma come ben sappiamo ciascun animale  presenta esigenze diverse per cui dovremo di volta in volta adattarci alla situazione, cercando in tutti i casi di proseguire nella somministrazione per 4-6 giorni dalla nascita, dopodichè potremo tranquillamente passare al latte ricostituibile presente in commercio.

 

Alla prossima

Edoardo Sanfelice di Monteforte
Sessa Aurunca (CE)