LE PRIME ORE DI VITA DEL CAPRETTO

12 gennaio 2010

Se si ha la fortuna di assistere al parto delle proprie capre, la prima cosa da fare con certezza è aiutare la respirazione dei nuovi nati, allontanando repentinamente i liquidi del parto dalle vie aeree superiori.
Quest’operazione consiste nel liberare le narici con un massaggio delle stesse in direzione orale e asportare con le dita i liquidi presenti nel cavo orale.
Subito dopo, avvalendosi dell’ausilio di paglia perfettamente asciutta, si eseguirà un massaggio lungo tutto il tronco in direzione craniale, che al tempo stesso solleciterà l’attività polmonare e asciugherà i piccoli evitando il rischio d’ipotermia, sempre in agguato nella stagione fredda e durante la notte.

La fase successiva consiste in una rapida ispezione dell’area ombelicale, diretta a individuare anomalie attribuibili a difetti di embriogenesi o ad incidenti durante la fase espulsiva del parto, che richiedono il rapido intervento di un veterinario.
Non sono rare, infatti, affezioni come la pervietà del dotto onfalo-mesenterico, dell’uraco o la mancata retrazione dei vasi ombelicali, giusto per menzionarne alcune, che l’allevatore non può e non deve cercare di risolvere da solo.

Dopo aver eseguito il suddetto accertamento, si effettuerà un’analoga ispezione delle altre aree corporee, sempre al fine di individuare ulteriori anomalie più o meno gravi con particolare attenzione alla sfera genitale.
Dall’osservazione di quest’area in particolare è possibile individuare rapidamente anomalie come l’ermafroditismo, la presenza di una fistola ano-vaginale congenita, sacche scrotali deformate e non ultima la presenza di capezzoli accessori.
A mio avviso, il rinvenimento sporadico di queste alterazioni è da considerarsi “fisiologico” in un'azienda, mentre se l’incidenza dovesse risultare elevata sarà necessario rivolgersi ad un tecnico, con il quale si valuterà la possibilità di effettuare cambiamenti nella linea genetica aziendale ed escludere la possibilità che le anomalie riscontrate siano riconducibili a fattori di natura ambientale (sostanze inquinanti) o ad errori nell’esecuzione di un trattamento terapeutico (es. somministrazione di alcuni farmaci durante la gestazione).

I soggetti che presenteranno anomalie anche minime tra quelle in precedenza citate dovranno essere assolutamente esclusi dal gruppo destinato alla rimonta, in quanto un loro impiego in riproduzione, laddove fisiologicamente possibile, contribuirebbe a fissare caratteri non desiderabili.
Se, infatti, si lasciassero in azienda soggetti provvisti di capezzoli accessori, ivi compresi i maschi che presentano una coppia di capezzoli atrofici ai lati dello scroto, ci si troverebbe un domani a gestire un ottimo becco che però potenzialmente trasmette alle figlie questo carattere e sempre più soggetti che presenterebbero difficoltà oggettive durante la mungitura, sia meccanica che manuale, e durante la fase di allattamento dei capretti.
I soggetti in questione, se non particolarmente promettenti sotto l’aspetto produttivo, andrebbero pertanto destinati alla macellazione e non impiegati come riproduttori.
I capezzoli accessori possono essere tuttavia asportati chirurgicamente, qualora si decidesse di trattenere in azienda figlie di campionesse, ma tale operazione va condotta necessariamente nei primi giorni di vita e sempre ad opera di figure professionali competenti.

Dopo aver finito la fase ispettiva dei nuovi nati, si procede a un’iniziale disinfezione dell’area ombelicale, da eseguirsi con tintura di iodio, antibiotici spray o con alcool a uso medico, sostanze, queste, che hanno il compito di impedire l’ingresso di microrganismi patogeni attraverso ciò che resta del cordone (infezione ascendente).
Questa operazione andrebbe ripetuta almeno un paio di volte al giorno fino a quando non si ottiene la completa disidratazione del moncherino e la sua successiva caduta, onde evitare l’insorgenza di fenomeni patologici in loco (onfaliti etc.) o in altri apparati (artriti purulente, endocarditi etc.). Questi fenomeni possono rendersi responsabili sia del deprezzamento degli animali in sede di macellazione sia addirittura dell’esclusione delle loro carni dal libero consumo, oppure possono provocare il decesso degli stessi già in sede aziendale comportando una perdita economica, aggravata dai costi di smaltimento della carcassa.

Dopo aver eseguito tutte queste operazioni, si provvederà a pesare gli animali, ad identificarli e a creare una sorta di scheda personale, che ci consentirà di individuare ogni singolo soggetto in tutte le fasi successive fino all’identificazione finale che avrà luogo con l’apposizione dei marchi auricolari ministeriali.
L’identificazione per mezzo di collarini o marche aziendali o ancora di cavigliere si rende necessaria soprattutto in quelle aziende dove si allevano soggetti di razza pura, nei quali non si hanno variazione del mantello tali da consentirci una rapida identificazione del soggetto.
In seguito questo sistema consentirà all’allevatore di avere una visione ben precisa delle linee di sangue presenti nella propria azienda e ridurrà al minimo la possibilità di lavorare troppo in consanguineità.
La scheda personale del capretto, che deve essere sviluppata sia in forma cartacea sia informatica, deve contenere almeno le seguenti informazioni: data di nascita, colore del mantello, sesso, peso alla nascita, presenza o meno di gemelli, tipologia di parto (eutocico o distocico), identificativo della madre e se possibile del padre, e numero aziendale attribuito al soggetto interessato.
Tutte queste voci saranno fondamentali nelle fasi successive dell’allevamento sia ai fini di migliorare il prodotto aziendale sotto l’aspetto quali-quantitativo, sia per consentire una meticolosa tracciabilità aziendale dei prodotti offerti, che rappresenterà, a mio avviso la punta di diamante della zootecnia italiana nei prossimi anni.


Appuntamento al prossimo argomento

Edoardo Sanfelice di Monteforte
allevatore di Sessa Aurunca (CE)